ANCHE I BOLSCEVICI OMAGGIANO YVES
DAL MANIFESTO DI MARTEDì 3 GIUGNO
Yves, il piccolo principe che salvò la Francia
Il grande stilista, che flirtava con l'arte e il cinema, è morto a Parigi. Aveva 71 anni. Successore di Dior, rivoluzionò l'alta moda, inventando il «now» e il «nude» look. Fra le sue creazioni, il celebre Mondrian dress
Michele Ciavarella
Addio Piccolo Principe dagli occhi pervinca. Addio «Petit Enervé», come gli piaceva definirsi citando Proust, cosciente del mal de vivre e del suo genio. Addio all'inventore di tutta la moda che ancora oggi indossano uomini e donne: le stampe maculate, l'abito trapezio, la moda-arte, il nude look, lo stile androgino, lo smoking, la sahariana. Addio al creatore della Haute Couture più intellettuale e snob mai esistita e all'inventore della «moda per tutti». Addio al «piccolo principe che salvò la Francia» e che con oltre 150 collezioni ha inventato lo stile del secondo Novecento, mettendo le basi per quella del Ventunesimo Secolo e segnando tutti i primati possibili, lasciando agli altri, a quei suoi colleghi che calcano oggi le passerelle di Parigi, Milano, New York e Londra, il piacere e l'onere della citazione e dell'omaggio al suo stile.
Yves Mathieu-Saint Laurent è morto ieri a 71 anni, più giovane tra i vecchi maestri della moda del Secondo Novecento, la cui notorietà e la cui importanza nella vera rivoluzione della moda dal secondo dopoguerra al 2000, porterebbe a pensarlo come un magnifico centenario. E invece no, era nato solo il 1 agosto 1936 a Orano, in Algeria, da una famiglia di ricchi magistrati alsaziani. E ha cominciato presto, prestissimo, a 18 anni, assunto il 20 giugno 1955 come «modellista di studio» da Christian Dior, a Parigi, dove si era diplomato alla scuola della Chambre des Créateurs, il più giovane tra quelli che sarebbero diventati gli altri grandi del suo tempo, a partire da Karl Lagerfeld, supportato da una madre complice e spinto solo dal suo talento.
Fragile, ossessionato dai ricordi di un'adolescenza sessualmente violata, il piccolo Yves arriva da Dior nel pieno del successo del New Look, lo stile che ha fatto rinascere la moda dopo la guerra. Presto, diventa il delfino del Maestro e solo due anni dopo, sulle sue spalle fragili cade una responsabilità enorme. È il 24 ottobre 1957. Parigi è scossa. Il mondo della moda piange la morte improvvisa, immatura, crudele, di Christian Dior, stroncato da una crisi cardiaca a Montecatini. Che cosa ne sarà di un impero da sette miliardi di dollari con otto società distribuite sui cinque continenti? Il 15 novembre 1957, ventidue giorni dopo, il direttore finanziario della Maison annuncia la nomina di Yves Mathieu-Saint Laurent a successore di Christian Dior. Il primo record della sua carriera, Yves Saint Laurent lo segna quindi già all'esordio: a 21 anni è il più giovane couturier del mondo. Primato assoluto, finora non eguagliato. Un mese e mezzo più tardi, il 30 gennaio 1958, questo giovane dagli occhi pervinca protetti da spesse lenti da vista incorniciate in una scura montatura, trionfa con la prima collezione, «Trapèze»: l'abito, che prende forma e vita addosso alle donne, diventa movimento. E i giornali esultano: «Ha salvato la Francia». Davanti al portone dell'atelier, una piccola folla lo acclama come un eroe. E lui dal balcone saluta, trionfante ma impaurito e malinconico. Sarà chiamato «Christian II, il giovane triste».
Da qui in poi nasce il sogno infinito di una storia inimitabile, che si compone di abiti e di stile, soprattutto di anticipazioni e rivoluzioni. In quarant'anni di lavoro, Saint Laurent ha inventato tutto. Ha precorso i tempi, li ha interpretati, celebrati. «Il grande talento di Yves Saint Laurent», ha scritto nel '62 Lucien François sulla rivista Combat, «è quello di conferire un allure aristocratico ai tic del suo tempo». Questa operazione il «ragazzo dai nervi d'acciaio», come lo definì Yukio Mishima che lo conobbe a Tokyo nel '63 in una breve stagione di equilibrio, l'ha condotta per tutta la sua vita professionale.
Resta da Dior fino al 1960: lo richiamano militare in Algeria. Torna presto a Parigi, ma in un ospedale psichiatrico: un'altra violenza sessuale lo segnerà a vita, portandolo nel «mondo a parte» dei depressi geniali. Da allora si occuperà di lui Pierre Bergé, giovane intellettuale che poi sarà una delle menti del rinnovato Partito Socialista francese al quale Mitterand consegnerà la Presidenza e il rinnovamento dell'Opéra, a cui era già legato sentimentalmente. Perso ingiustamente il posto da Dior, Bergé fa di tutto per trovare i finanziamenti necessari per aprire la Maison Saint Laurent. Vinta una causa miliardari per l'epoca, gli altri fondi arrivano da un ricco uomo d'affari di Atlanta, J. Mark Robinson, e il 4 dicembre del 1961 apre ufficialmente la sua Maison.
Il 24 gennaio 1962 presenta la sua prima collezione autografa: successo delirante, nasce il «Now Look» (in contrapposizione al «New Look» di Dior), cioè la base di tutta la sua moda futura: la blusa, il caban, la giacca alla marinaio, il cappotto. Nel luglio del '65 il rumore suscitato dalla collezione Mondrian gli porta un altro titolo, definitivo: «re di Parigi», come scrive Women's Wear Daily. Il '66 è l'anno dalla creatività pirotecnica: il primo smoking da donna, il «nude look» (due anni prima del Maggio 1968! E mai scandalo fu accolto con tanto successo) e i costumi per Belle de Jour, il film di Luis Buñuel con Catherine Deneuve, un'altra pietra miliare in quella sua diabolica abilità di usare gli stessi strumenti della borghesia per distruggerne gli elementi conservatori. Nel '71 scuote di nuovo il mondo della moda: per la collezione Libération si ispira a Paloma Picasso, sua amica-quasi-figlia-adottiva, che si veste con gli abiti trovati al mercatino delle pulci. Il mondo della moda di allora, contraddittoriamente conservatore, non lo capisce e il Time parla di «Yves Saint débâcle». Lui risponde con un altro scandalo: lo stile rétro. In più, si trasforma in testimonial di se stesso: posa nudo in una foto di Jeanloup Sieff per pubblicizzare la sua prima acqua di colonia maschile. «Sono pronto a tutto per vendermi», dichiara. Negli anni che seguono, sempre protetto, consigliato, diretto dal compagno Pierre Bergé, si impegna in importanti operazioni finanziarie. Finché nel '73, dopo la morte di Chanel, di Balenciaga e di Elsa Schiaparelli, Yves Saint Laurent resta, secondo le parole di Bergé, «l'unico re vivente». Nel '75 arriva lo stile androgino, e nel '76, con la collezione Opéra-Ballets russes, il New York Times scrive che «questa collezione rivoluzionaria cambierà il corso della moda nel mondo». E Yves Saint Laurent ha compiuto «solo» 40 anni. Gli anni '70 si chiuderanno in modo memorabile: le collezioni «esotiche» con omaggi alla Spagna di Vélasquez, al Marocco di Delacroix, alla Cina, a Picasso, ad Aragon, a Shakesperare. (Il misto di genialità, trasgressione, invenzioni, scandali, eccessi e rivalità di quegli anni 70 sono raccontati in The Beautiful Fall di Alicia Drake, Bloomsbury Publishing). Gli anni 80 si aprono con la creazione dell'uniforme di Marguerite Yourcenar per l'ammissione all'Académie Française e con l'omaggio a Matisse. Nell'83 Diana Vreeland organizza l'esposizione al Metropolitan di New York Yves Saint Laurent, 25 anni di creazione, la più grande retrospettiva dedicata a un sarto vivente che raccoglie oltre un milione di visitatori. Dopo, il suo nome viene scritto nel dizionario Larousse. E Yves, come Marcel Proust, forse il suo più grande ispiratore di vita, si ritira dalla mondanità. Ma continua a fare «la moda». Almeno fino al 22 gennaio 2002, quando al Pompidou va in scena l'ultimo atto di una lunga storia di moda e di cultura: Yves sale per l'ultima volta in passerella, alla fine di una sfilata retrospettiva che riassume i suoi 40 anni di moda. Nel suo discorso di addio dice: «Ho conosciuto la paura e la solitudine, i falsi amici che sono i tranquillanti e gli stupefacenti, la prigione della depressione e quella delle case di cura. Credo di non aver mai tradito l'adolescente che mostrava i suoi schizzi a Christian Dior con una fede e una convinzione che non ho mai abbandonato. Nonostante questo, ora ho deciso di dire addio a un mestiere che ho tanto amato». Il suo marchio, intanto, non è più suo, comprato nel 1999 dal Gruppo Gucci. Yves non ci sta al gioco del «protagonismo per forza» in casa d'altri. Si tiene lo scettro ma lascia il regno. Poi, la grave malattia che ieri se l'è portato via. E la moda piange la diva che non ha più scale da scendere.